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  • Emanuele

Garda Trentino Trail: passione e fatica.


Rifugio di Coppo dell'Orso, Abruzzo 26 settembre. Incredibile ma non esistono foto della Garda Trentino Trail.

Un’altra delle mie grandi passioni è il trail running. Non propriamente la corsa ma il trail, quell’attività in cui corri in mezzo alla natura, lontano dallo smog, dalle vie cittadine, dai parchi affollati di camminatori e corridori che fanno di necessità virtù e cioè utilizzano gli spazi e i tempi che hanno, massimizzando più possibile il risultato. A me piace poco, devo essere sincero anche se l’ho fatto spesso e ogni tanto mi capita. Ma se proprio posso e devo scegliere preferisco una sudata su e giù dai colli magari portando a casa le scarpe piene di fango, erba e sassi.

E’ una passione che viene da lontano, dalla mia voglia di montagna nata nei primi anni della mia vita grazie a mio padre e che ho sempre continuato a coltivare. E’ la voglia di correre e trascorrere chilometri sotto i boschi, sui sentieri, sulle creste di montagne e colline, qualsiasi esse siano. Con questo spirito ho sempre provato a rimanere in contatto con uno stato di forma decente per potermi cimentare in qualche garetta locale, magari con amici e compagni di team. Lo stesso spirito mi ha portato fino ad Arco a correre la Garda Trentino Trail, una gara, un Ultra Trail in uno dei posti più belli d’Italia: l’alto Garda...ma andiamo per ordine.

Uscito dal 30 for 30 soddisfatto e ancora in palla, fisica intendo, dopo le fatiche dei trenta giorni, mi metto a tavolino e condivido con il coach Ale Martelluzzi cosa avrei voluto fare fino a fine stagione. Ovviamente qualche XTERRA, ma anche qualche lunga distanza, di corsa, di trail, ovviamente, in preparazione alla traversata che il 10 ottobre partirà da Veroli, direzione Scanno di oltre 80 km per circa 5000 metri di dislivello positivo. Una delle manifestazioni sopravvissute al covid-19 è la Garda Trentino Trail, che sposo immediatamente. Mi tenta la lunga distanza ma mi sembra già abbastanza una maratona con 2500 metri di dislivello. 42 x 2500, mica uno scherzo. La distanza successiva sarebbe stata 60 x 3700. Forse un po’ troppi per le mie esperienze di trail, forse un po’ troppi per intraprendere quella che spero possa diventare una sana abitudine: l’Ultra Trailing.


Su un sentiero impervio nel Parco Nazionale d'Abruzzo.

Il team è il solito: io alla guida di Piripicchio, Sofia che fa la spola tra il posto di navigatore, evitando di navigare e il posto in cellula dove Viola, affascinata dallo scorrere delle macchine, delle montagne, puntualmente si addormenta dopo qualche chilometro. Il viaggio in camper in generale è un’esperienza sempre emozionante, veramente emozionante. Si parte con uno spirito diverso, con uno spirito di avventura e di ricerca di posti nuovi, di posti in cui passare la notte che possano dare ristoro ma anche emozione. Il primo passo prima della chiusura del race office è ritirare il pettorale. Ci tengo a fare le cose per bene, non fosse altro che l’organizzazione ha espressamente chiesto di rispettare gli orari scelti da ognuno in fase di iscrizione per evitare assembramenti inutili e potenzialmente dannosi. Si parla sempre di rispetto e credo che proprio il rispetto debba partire da noi, debba partire dalle nostre azioni.

La mattina seguo la mia collaudata routine. Sveglia presto, si parte alle nove. Colazione entro le due ore, due ore e mezza precedenti la partenza con il mio fido pane ciociaro, ove possibile o fette biscottate. Marmellata rigorosamente fatta in casa dal sottoscritto, succo di frutta in mancanza di estratto fatto al momento, integrazione. Ben prima, al risveglio il mio bicchiere di limone spremuto e Aloe Vera per depurare l’organismo. Vitamina C, D, glucosamina per le articolazioni, rigorosamente Keforma.

Meteo da lupi il 26 settembre. Basta indossare il materiale giusto? Anche, ma non solo.

Sono pronto, mi dico. Mi dirigo verso la partenza dopo aver salutato Piri che non è molto contenta che io vada: “Papà vai a collele?” Si amore”. “Quando ci vediamo?” “ Presto, spero prima possibile…” e vado. L’emozione della partenza è sempre molto forte. Forse è per questo che lo facciamo, per provare quell’emozione classica del chi me lo ha fatto fare, quell’emozione che ti contorce le budella e lo stomaco e spesso anche l’intestino. Non è il momento però, intestino, non è il momento. Fattene una ragione e tieni botta per qualche minuto poi tutto passa è solo la mente che vorrebbe ma non ne hai bisogno. Tengo il mio ritmo, letteralmente fregandomene di ciò che succede davanti. Vedo gente sfrecciarmi affianco come se fosse una 5 km e mi chiedo se sono io che sono lento, troppo lento o sono loro che hanno capito male la distanza la difficoltà. In realtà ognuno fa la sua corsa, ognuno pensa a gestire le sue gambe e il suo cuore come crede sia giusto fare. Non esiste un’andatura ideale nell’ultra-trailing se non la tua, se non i tuoi passi, uno davanti all’altro, uno di seguito all’altro. I primi chilometri portano verso Riva del Garda e da diversi posti si scorge la maestosità del lago che dà ristoro solo allo sguardo. Poi, dopo il primo ristoro inizia la vera rumba, la prima vera lunga salita. Si sale camminando, Qualcuno prova qualche passo di corsa ma la pendenza è tale da rendere inutile il gesto in confronto al rendimento. Bisogna capirlo. Bisogna capire quando è inutile correre. L’Ultra (anche se la mia distanza non è propriamente un ultra) ritengo sia un’alternanza di gestione e di spinta. Mi spiego. La salita, ove essa sale irta e bastarda è un buon punto dove evitare di perdere troppe energie da tenere in serbo per qualche tratto in cui spingere fa meno male e paga di più. Me la prendo “normale”, non comoda, perché anche senza velleità di classifica è pur sempre una competizione. Scollinare vuol dire venire fuori da una morsa che non ti molla da qualche decina di minuti e che, in tutti i casi, hai gestito nella maniera migliore. In fondo sei arrivato in cima. Non è finita però, la salita continua dopo qualche centinaio di metri pianeggianti. Il panorama e il fondo sono molti variegati. Qualche metro di asfalto, cemento, erba, sassi, terra. Trail insomma. Una discesa che mette subito alla prova la tenuta delle gambe, che se fossero già sofferenti sarebbe un bel problema. Comincio a risalire posizioni e in questi casi le cose sono due. O ne hai tanto. Oppure hai speso poco e mezza gara era davanti a te. Importa il giusto, vado per la mia strada, continuo con il mio ritmo, senza strafare, senza esagerare ma aumentando gradualmente il ritmo. Il passaggio al Lago di Tenno è spettacolare. E’ breve ma intenso e lascia quel senso di pace che si trasforma subito in nuova fatica da arrampicata verso la “vetta” finale.

Un manto di foglie misto a neve...è dolce correre in questo ambiente.

Sembra fatta, quando capisci che di salita non ce ne dovrebbe essere più. Ma dopo 34 km di trail vero, con oltre 2000 metri di dislivello anche la più semplice delle discesa può trasformasi in salita. Se poi invece è una delle discese più tecniche e impestate che abbia mai affrontato in gara allora...allora tremi e non vedi l’ora di arrivar in fondo. E’ un flagello. E’ un vero flagello di discesa che mette a dura prova qualsiasi muscolo fino a quel momento tenuto alla larga dagli sforzi peggiori. Mette a repentaglio anche l’incolumità fisica, più per il rischio dato dalla stanchezza che da passaggi rischiosi. Di rischioso c’è poco, ma i sassi e alcuni passaggi possono farti atterrare in maniera, diciamo così, rovinosa. Nonostante tutto riesco a scendere abbastanza bene, immolando 3 dita dei piedi alla causa trail che mai evita di riservarmi ricordi indelebili, nell’anima, ma più spesso nel fisico. Ora avanti con la preparazione della traversata Veroli-Scanno. In quel caso a 40 km saremo solo a metà dell’opera, forse anche meno.

Emanuele

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